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ALLE DROGHE
Delitto di alcol e di fumo
Il vino equiparato all'eroina. Il tabacco a fianco dell'Lsd. Così un rapporto
di farmacologi francesi invita il governo a correre ai ripari. E la comunità
scientifica italiana è d'accordo. Dati alla mano. Spostando i confini della
tossicodipendenza.
di Gian Galeazzo Riario Sforza (L'Espresso)
Gustare
una sigaretta dopo cena o bere un bicchiere tra amici: gesti comuni e innocui
che possono avvicinare chi li compie a chi usa cocaina, marijuana o Lsd. Può
sembrare un'esagerazione, un'intransigenza di stampo khomeinista, ma di questo
parere è Nicole Maestracci, presidente della Mildt, la commissione
interministeriale francese per la lotta alla droga, che ha proposto a Lionel
Jospin di affrontare le tossicomanie combattendo non solo le sostanze illegali,
ma tutti i composti che danno dipendenza, alcol, tabacco e farmaci compresi. La
Mildt si basa sulle ricerche del farmacologo molecolare Pierre Bernard Roques,
che ha suddiviso le sostanze psicotrope (che interagiscono con le funzioni
psichiche) in tre grandi gruppi a seconda della pericolosità per l'organismo.
Il primo comprende la cocaina, l'eroina e l'alcol; il secondo è composto dai
farmaci stimolanti, cioè le amfetamine, dai tranquillanti, noti come
benzodiazepine, dagli allucinogeni come l'Lsd, e dal tabacco; l'ultimo gruppo
comprende i derivati della cannabis: hashish e marijuana.
Alcol e tabacco, dunque, secondo la nuova catalogazione, sono droghe a pieno
titolo, anche se è difficile paragonare vino e sigarette a cocaina e Lsd. Ma
nel mirino della Mildt ci sono anche gli psicofarmaci, soprattutto i sedativi,
come benzodiazepine e barbiturici, e gli antidepressivi. Siamo all'inizio di una
nuova crociata? È difficile dirlo. Certo, parte della comunità scientifica
spinge in quella direzione. .Negli ultimi anni., dice Teodora Macchia,
responsabile del Reparto sostanze d'abuso dell'Istituto superiore di sanità a
Roma, è forte la tendenza, specie nei giovani, a cercare nuove sensazioni con
sostanze singole o combinate tra loro. Ne emerge da un lato una tendenza all'autocura
di stress e depressione con ansiolitici e tranquillanti, e dall'altro un aumento
del consumo di psicostimolanti, ecstasy in testa, spesso associati all'uso di
alcolici..
È il ritratto dei nuovi tossicodipendenti, ragazzi tra i 16 e i 25 anni che,
convinti di non essere drogati, ingurgitano in discoteca manciate di pasticche:
all'inizio psicofarmaci e amfetamine per poi passare all'ecstasy, all'acido e ai
trip, un'esplosiva miscela di morfina e amfetamine. Così l'ecstasy e i suoi
derivati, come la droga dell'amore (nome chimico Mda), o l'eva (nome chimico
Mdea) sono diventati di moda tra chi cerca l'esasperazione del divertimento:
l'uso di ecstasy è infatti passato negli ultimi anni dal 10 a oltre il 40 per
cento degli utenti dei Servizi territoriali per le tossicodipendenze (Sert).
Osserva Mauro Ceccanti, direttore del Centro di riferimento della regione Lazio
per le patologie legate all'alcool presso l'Università La Sapienza di Roma: Il
rapporto della Mildt amplia il concetto di droga, che non significa solo eroina,
amfetamine, Lsd, ecstasy e cocaina, ma anche bere o fumare. In Italia quando si
parla di abuso da alcol si pensa ai superalcolici, tant'è vero che il 15 per
cento dei giovani credono che la birra non contenga alcol e l'8 per cento di
essi è convinto che il vino non sia una bevanda alcolica.. Aggiunge Carlo La
Vecchia, capo del Laboratorio di epidemiologia dell'Istituto Mario Negri di
Milano: .L'uso regolare di alcol, specie il vino, è elevato per tradizione nei
paesi del bacino mediterraneo, specie in Francia e in Italia, che all'inizio
degli anni Sessanta avevano il primato mondiale dei consumi, rispettivamente con
17,7 litri e 12,3 litri di etanolo, cioè di alcol puro, a testa all'anno, che
equivale a oltre cento litri di vino.. Tali valori, ridotti nei trent'anni
successivi a 11,9 litri in Francia e a 8,4 litri in Italia, restano comunque
alti a fronte dei 7 litri circa osservati nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e
ci pongono ancora tra i maggiori consumatori di bevande alcoliche. Che la quota
d'alcol bevuto pro capite nel nostro paese sia diminuita lo testimonia anche il
rapporto dal titolo "Gli italiani e l'alcol", un'inchiesta condotta
nell'autunno del 1997 dall'Istituto Doxa in collaborazione con l'Osservatorio
permanente sui giovani e l'alcol, e pubblicata qualche giorno fa. Dall'indagine,
basata su interviste a duemila uomini e donne, emerge infatti che il numero di
bicchieri bevuti è diminuito rispetto a quattro anni fa sia per gli uomini (da
poco meno di due a uno e mezzo) sia per le donne (da poco meno di tre quarti a
mezzo).
Ragazzi che bevono
Tra i giovani da 15 a 24 anni, invece, nel periodo compreso tra il 1991 e il
1997, si osserva da un lato un aumento dei consumatori di birra, passati dal 10
al 13 per cento, e di superalcolici, saliti dal 2 al 5 per cento, e dall'altro
una riduzione dei bevitori di vino, scesi dal 21 al 18 per cento. In Italia,
puntualizza La Vecchia, l'alcol è responsabile di circa 20 mila morti l'anno,
equivalenti al cinque per cento di tutti i decessi. Bere, infatti, non solo
causa cirrosi del fegato e aumenta il rischio di cancro, ma provoca molti
incidenti stradali, omicidi e suicidi.
Da una ricerca svolta su pazienti ricoverati in ospedale emerge che l'età media
in cui viene riferito l'inizio del consumo di alcol è intorno ai 16 anni,
sottolinea Ceccanti: Partendo da questi dati, che testimoniano la precocità
dell'incontro con l'alcol, il centro dell'Università La Sapienza ha proposto un
questionario sull'alcol a oltre duemila ragazzi tra i 13 e i 19 anni in 16 licei
romani. Ne è emerso che l'80 per cento degli intervistati ha bevuto alcolici
almeno una volta, di solito vino o birra: metà di essi tra gli 11 e i 14 anni,
e un quinto prima dei dieci anni.
In Italia, secondo produttore mondiale di vino, le bevande a bassa gradazione
non vengono considerate pericolose, e quindi si beve, anche da piccoli, specie
in famiglia., spiega Ceccanti: Almeno fino ai 18 anni, infatti, i ragazzi bevono
quasi sempre a casa propria, in pizzeria e alle feste dagli amici, dove i grandi
offrono con naturalezza lo spumante a bambini di 12-13 anni. È così che si
comincia. I dati raccolti mostrano che esiste un momento di passaggio, per la
precisione tra il secondo e il terzo anno del liceo, 15-16 anni, in cui i
ragazzi che hanno preso una sbornia passano da una media del 7-8 per cento al 50
per cento.
Sottolinea Ceccanti: Ciò non vuol dire che metà degli adolescenti diventano
alcolisti, ma solo che hanno sperimentato l'alcol. Hanno la bottiglia, vedono
gli amici e provano: molti non gradiscono l'esperienza e abbandonano. Ma come
ridurre i consumi, specie tra i giovani? . Un mezzo efficace è l'informazione
nelle scuole come intervento preventivo, ma attenzione: qualche volta informare
può anche sortire l'effetto opposto, scatenando curiosità e inducendo al
consumo invece di ridurlo.
Cosa fare, invece, per aiutare chi il vizio ce l'ha già da tempo? In Italia non
abbiamo nulla nel pubblico. Nel privato sociale, invece, esistono due grosse
organizzazioni, entrambe gruppi di mutuo aiuto: gli Alcolisti anonimi e
l'Associazione italiana club alcolisti in trattamento. È appena terminata una
valutazione dell'efficacia del trattamento nei club da cui risulta che il 60-80
per cento dei partecipanti smette di bere. Risultati simili hanno anche gli
alcolisti anonimi. Le cifre sembrano buone, ma la realtà è un'altra: a
smettere è chi accetta la terapia, cioè solo un quinto di chi chiede aiuto. È
necessario, quindi, trovare cure più efficaci. Una di queste è il cosiddetto
intervento breve, sperimentato con successo negli Stati Uniti, che può essere
attuato dal medico di famiglia. È un colloquio motivazionale, dice Ceccanti: Si
individuano i soggetti motivati a smettere e si cerca di sostenerli nel
cambiamento. La tecnica può essere appresa dal medico in mezza giornata di
addestramento, esercitazioni comprese, e la seduta con il paziente dura una
ventina di minuti. Nella Regione Lazio si tenta di coinvolgere i medici
remunerando questo tipo di intervento.
L'affare degli ex fumatori
Un'idea simile È venuta anche alla Asl Città di Milano per combattere il fumo
di sigaretta. La nicotina crea assuefazione e, secondo Gianluigi Gessa,
ordinario di Neuropsicofarmacologia presso l'Università di Cagliari, è la
droga che dà la massima dipendenza: più dell'alcol, della cocaina o della
cannabis. La Asl milanese, dunque, basandosi su un'iniziativa analoga del
servizio sanitario nazionale britannico, ha deciso di offrire premi in denaro ai
medici di famiglia che riusciranno a togliere il vizio del fumo ai loro
pazienti: 200 mila lire per chi non tocca sigarette da due mesi e un milione per
chi ha smesso da un anno. È la versione antifumo dell'intervento breve contro
l'alcol: il medico fa con il fumatore tre incontri della durata di pochi minuti,
dove vengono date informazioni per convincere a smettere. Il direttore generale
della Asl milanese, Antonio Mobilia, stima che i medici di famiglia potrebbero
convincere dal due al quattro per cento dei loro pazienti: un buon risultato su
un esercito di 12 milioni di fumatori.
L'iniziativa è un modo per combattere la questione sanitaria numero uno al
mondo, come è stata definita da Gro Harlem Bruntland, l'ex premier norvegese
oggi direttrice dell'Organizzazione mondiale della sanità. L'Oms calcola che
dei fumatori oggi in vita in tutto il mondo 500 milioni saranno uccisi dal vizio
e che nel 2020 il fumo causerà il 12 per cento di tutte le morti: tutto ciò a
causa della dipendenza da nicotina, una droga che agisce sul cervello provocando
assuefazione e sindrome d'astinenza. Non è la nicotina a provocare i danni
irreparabili che portano al tumore del polmone (provocato dai cosiddetti
idrocarburi policlici aromatici, tra i quali soprattutto il benzopirene), o alle
malattie cardiovascolari (causate dall'accumulo di ossido di carbonio), ma è la
nicotina che incatena il fumatore al vizio.
Un primo avvertimento in tal senso era stato dato alla fine degli anni Settanta
dal Surgeon General, la massima autorità sanitaria statunitense, ma l'industria
del tabacco sapeva che la nicotina era una droga già negli anni Sessanta: nel
1963 uno degli avvocati della Brown e Williamson, una multinazionale del tabacco
associata alla Bat, la British American Tobacco Company, il secondo produttore
mondiale di sigarette, scriveva: La nicotina crea assuefazione. Siamo, quindi,
in affari con una droga che dà dipendenza.. E vent'anni più tardi Robin
Crellin, capo dei ricercatori della Bat, scriveva: La Bat dovrebbe imparare a
vedersi come un'azienda della droga piuttosto che come un'azienda del tabacco.
Killer di nome nicotina
S i tratta solo un assaggio di quanto risulta dalla revisione di oltre 39 mila
documenti riservati ordinata dalla Corte suprema degli Stati Uniti in un
processo per danni contro nove aziende del tabacco. Le droghe danno
assuefazione, e il fumo, con i suoi 90 mila morti l'anno solo in Italia, è una
di esse., rincara Carlo La Vecchia. Inoltre, al contrario dell'alcol, le
sigarette danno dipendenza per consumi medio-bassi: circa cinque milligrammi al
giorno di nicotina, equivalenti a 3-5 sigarette..
Secondo l'epidemiologo milanese il primo modo per combattere il fumo è la
prevenzione precoce: è importante evitare che si inizi a fumare prima dei 18
anni. In Italia c'è un cattivo apprezzamento del rischio legato al tabacco,
continua La Vecchia: La gente sa che il fumo è rischioso ma non quanto lo sia.
Informare è essenziale: chiunque si renda conto che l'abitudine al fumo uccide
un fumatore, prima o poi smette. Nessuno, infatti, accetta facilmente un rischio
così elevato. Informare, quindi è la prima cosa da fare per ridurre i
fumatori. La seconda è quella di adottare misure restrittive, tra cui la più
semplice è l'aumento del prezzo delle sigarette. Non sono cose difficili, le
hanno fatte in tutti i paesi e si potrebbero fare domani anche in Italia. Non si
fanno, invece, e ciò dipende da un lato dalla lobby dei produttori, compreso lo
Stato che ha il monopolio del tabacco, e dall'altro da una classe politica che
ha altro a cui pensare..
Connivenza e interessi, quindi, sono i nemici delle campagne antifumo. Ma quanto
si fuma in Italia? . I giovani maschi, continua La Vecchia, oggi fumano un po'
meno, anche se negli ultimi anni c'è stata un'inversione di tendenza: tra gli
anni Cinquanta e gli anni Settanta la frequenza di fumo tra gli adolescenti di
sesso maschile era molto più elevata di quella degli anni Ottanta, e ora è in
leggera risalita. Tra i 13 e i 24 anni fuma circa un quarto dei maschi e il 13
per cento delle donne. Il picco è tra i 25 e i 34 anni. La tendenza degli
ultimi trent'anni è stata di una diminuzione tra gli uomini e di un leggero
aumento tra le donne..
Ma la tendenza generale è verso il calo. Il problema, che non riguarda solo i
legislatori, è se trasformare la campagna contro le droghe legali, in prima
fila alcol e fumo, nella grande crociata del prossimo secolo, prendendo a
modello il proibizionismo ideologico in auge da anni negli Stati Uniti. L'ultima
sortita del ministero della Sanità francese va in quella direzione. E l'Italia?
Certo, il rigore non è il nostro forte...
(11.02.1999)
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