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Come cambia la mappa dell’indigenza a Roma: non solo emarginati ed immigrati ma anche famiglie “normali”
I nuovi poveri? Bevono e giocano
Don Di Tora: più alta la soglia del disagio, soffre anche chi ha uno stipendio fisso 

(Il Messaggero 16 ottobre 2000)

di PAOLA VUOLO
    I nuovi poveri di Roma: che giocano alle macchinette sperando di vincere, che si rivolgono agli usurai, e che bevono. «Sono forme di povertà diverse», dice don Guerino di Tora, direttore della Caritas diocesana, «fenomeni che esprimono disperazione e disagio e che segnano il passaggio da una condizione di povertà individuale ad uno scenario familiare». E nell’ultimo dossier a cui sta lavorando la Caritas, e che sarà distribuito a novembre, tra i nuovi poveri ci sono anche categorie di stipendiati.
«Purtroppo la soglia delle persone che non ce la fanno a tirare avanti si è alzata», ammette don Guerino «esiste un grosso disagio all’interno della città, è stato fatto un monitoraggio in ogni quartiere, e alle sacche tradizionali delle forme di povertà, se ne sono aggiunte di nuove. Non più l’anziano solo, l’immigrato, il disoccupato, o gli zingari: ma è un problema vivere decorosamente anche per chi magari ha uno stipendio fisso, però con un affitto da pagare e i figli da mantenere non riesce ad arrivare alla fine del mese». «E succede che per trovare dei soldi c’è chi si gioca quei pochi che ha sperando in una ricchezza improvvisa, guadagnata con poca fatica. Oppure per disperazione si chiedono prestiti agli usurai entrando in una spirale con poche vie di uscita». Nello scorso anno, la Caritas ha rivelato che i dati su Roma, confrontati con quelli nazionali, indicavano nella Capitale una delle province d’Italia più soggette a rischio di usura.
E don Guerino rivela che nel nuovo dossier si affronta pure il problema dell’alcolismo, «che non riguarda più soltanto i giovani e le birre a volontà consumate il sabato sera, ma è diventato un fenomeno casalingo che coinvolge drammaticamente le donne più degli uomini».
Disagio e disperazione: «Delle famiglie che non possono curare i propri malati», denuncia il direttore della Caritas, «costrette a tenere in casa, senza il minimo sostegno, malati terminali mandati via dagli ospedali, e che non sanno come curare». «Per non parlare delle persone con disagi mentali che vengono allontanati».
«Giovedì scorso, in occasione del Giubileo della Caritas, ho avvicinato un giovane tossicodipendente, un ragazzo disperato, che non ha più una casa e una famiglia, sopravvive come può dalle parti di piazza Mazzini. Gli ho detto di venire da noi, lui mi ha risposto che qualche volta ha preso un pasto alla mensa per non morire di fame». «Più attenzione per i deboli», ripete don Guerino, «ma non è l’assistenzialismo la via più giusta da seguire. Ci vuole una cultura diversa. E don Luigi Di Liegro ha avuto una visione quasi profetica sulle nuove povertà presenti nella civiltà industriale e post-industriale». «Tutto questo in memoria di don Luigi Di Liegro».

 

 

 

 

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