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Quel giorno, mio figlio...

«Sono Annalisa. La mia adolescenza è trascorsa all’insegna della spensieratezza; mi sono sposata molto giovane e sono diventata mamma. Il mio matrimonio è stato un disastro. La maternità poi mi ha ulteriormente responsabilizzata. Non soddisfatta del mio ruolo, frequentai prima la scuola magistrale, poi il corso di "Infermiera professionale". Le mie giornate erano veramente faticose: lavoravo fuori, accudivo la mia famiglia e studiavo. Dopo il diploma e relativo corso fui assunta in ospedale, dove ancora oggi lavoro come dipendente stimata e gratificata. Mio figlio nel frattempo cresceva senza problemi, si è laureato senza nessuna difficoltà; la nostra vita scorreva in modo piatto ma tranquillo; covavo sempre la mia insofferenza. Io e mio marito vivevamo separati in casa. Ciascuno di noi aveva i suoi interessi e le sue amicizie. Ho iniziato a bere come tutti, alle feste, alle cene, l’aperitivo al bar. Le dosi di alcol che assumevo diventavano sempre più massicce, in casa tutti erano a conoscenza di questo mio comportamento e cercavano di farmelo notare, ma io non volevo riconoscere di essere diventata una alcolista.

«Mio marito durante quel periodo era molto arrabbiato. Mi mortificava, mi insultava e spesso evitava di portarmi alle cene in casa di parenti per non incorrere in brutte figure. Dopo 33 anni di matrimonio ricevetti una telefonata da una donna, che si presentò come la nuova compagna di mio marito: lui, nel giro di pochi mesi, si trasferì in un’altra casa. Mio figlio, contemporaneamente, decise di andare a convivere con la sua ragazza. Da un giorno all’altro mi ritrovai sola e disperata. La reazione a tutto questo aumentò la mia voglia di autodistruzione. In pochi mesi ero arrivata a bere una bottiglia di cognac al giorno. Mio figlio, nonostante non vivesse più con me, non mi aveva abbandonato, anzi cercava in tutti i modi di starmi vicino. Il mio comportamento peggiorava man mano che passava il tempo. Ero diventata bugiarda, negavo di aver bevuto, quando non mi reggevo in piedi, nascondevo le bottiglie nei posti più impensati.

«Un giorno che avevo bevuto più del solito, mio figlio mi fece sedere sul divano e seriamente mi chiese se mi rendessi conto di avere un problema.

«Per la prima volta in vita mia fui costretta a riflettere e senza vergogna confessai di aver bisogno di aiuto.

«Mio figlio aveva già preso contatto con un medico specialista e insieme andammo da lui. Il primo impatto fu sconvolgente, mi chiedeva di staccarmi dall’alcol e di frequentare un Club degli alcolisti in trattamento. Quando gli chiesi per quanto tempo avrei dovuto subire questa punizione (perché questo pensavo che fosse), mi rispose: "Per sempre". Non dissi nulla, ma in cuor mio gli diedi del pazzo.

«Il club che avrei dovuto frequentare era formato da famiglie che avevano problemi derivanti dall’alcol: lo scopo è quello di coinvolgere tutti gli appartenenti al nucleo familiare, perché non è solo l’alcol il problema.

«La settimana successiva entrai al Club, timorosa e vergognosa, ma determinata a iniziare la strada verso la sobrietà. Era il 23 marzo 1998.

«Ricordo perfettamente il giorno, il giro delle presentazioni, le testimonianze degli altri, la vergogna nel raccontare la mia storia. Improvvisamente, però, al posto della vergogna provai una sensazione di pace e di serenità che non avrei creduto possibile. Il mio percorso di cambiamento è iniziato quel giorno.

«Non ho più bevuto, ma non ho dimenticato. In questi tre anni molte cose sono cambiate, il mio stile di vita è mutato, sono più tranquilla, affronto le contrarietà con spirito più sereno. Mi sento una donna realizzata: ho un buon lavoro, una casa mia, amici sinceri e l’affetto dei miei familiari». 

Emilia Patruno

(Testimonianza raccolta tramite Aicat, Associazione italiana dei Club degli Alcolisti in trattamento).

 

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