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5°Congresso ARCAT Toscana

Alcol e guida
Eurocare: Cinque fatti su alcol e salute

 

dott. Roberto CORNELLI

TRANSCRIME - Trento

 alcoolismo e sicurezza. spunti di riflessione ed  ipotesi di intervento

      Premessa

È facile, parlando di alcoolismo, riprodurre, anche a livello scientifico, la schizofrenia del senso comune, che ritiene l’alcol a volte come il più grave tra i problemi sociali (quando se ne parla in relazione alla salute pubblica e alla devianza), altre volte come parte irrinunciabile della cultura di un popolo e fattore incentivante la relazionalità sociale.

In questa direzione il legame causale tra consumo di alcol e atti criminali è spesso assunto come dato di fatto, ma altrettanto spesso non sufficientemente validato sul piano scientifico.

Proprio per questo motivo il dibattito sull’argomento è confuso, e tale confusione si riflette anche in ambito politico, sulle azioni da intraprendere per ridurre l’ammontare dei reati tradizionalmente considerati connessi all’uso di sostanze alcoliche.

Obiettivo di questo paper è di dare, innanzitutto, una breve rappresentazione di quanto è stato scritto fino ad oggi sull’argomento.

In secondo luogo, sulla base dei risultati di ricerche italiane e straniere, questo paper vuole fornire una chiave di lettura, assolutamente provvisoria, dei rapporti tra alcolismo e criminalità.

A conclusione di questo lavoro si esprime l’esigenza di ricominciare a parlare, anche nell’ambito della ricerca criminologica, di alcoolismo, soprattutto in quelle realtà in cui il fenomeno assume una portata considerevole.

Una premessa necessaria: il termine alcolismo[1] verrà inteso sia nel senso di temporaneo stato di ubriachezza dovuto ad abuso di alcool (Antolisei), sia nel senso di condizione patologica di alcoldipendenza acuta o cronica. Sono consapevole della profonda diversità delle situazioni a cui mi riferisco, anche sotto il profilo della criminogenesi e criminodinamica: la mancata differenziazione si giustifica dalla natura dell’intervento teso a dare una rappresentazione generale della relazione tra alcol e crimine.

Stato di ebbrezza e fattispecie criminale.

Va fatta subito una distinzione fondamentale tra reati compiuti sotto l’effetto di sostanze alcoliche e reati che prevedono lo stato di ebbrezza o di ubriachezza come elemento costitutivo della fattispecie di reato.

Questi ultimi reati, quali Guida in stato di ebbrezza (art. 186 c.2 del codice della strada), o anche Ubriachezza (art. 688 c.p.; il c.1 è divenuto illecito amministrativo con D.Lgs 30 dicembre 1999 n.507) non pongono problemi dal punto di vista della causalità tra stato di ebbrezza e compimento di un atto criminale: il rapporto causale è stabilito legislativamente, per cui in assenza di stato di ebbrezza il reato non si configura. Come dire che è lo stesso stato di ubriachezza ad essere criminalizzato per la sua presunta pericolosità sociale in determinate situazioni (al volante e in luoghi pubblici).

Problemi nascono, al contrario, quando abbiamo a che fare con reati che non presuppongono come elemento costitutivo lo stato di ebbrezza, irrilevante, quindi, giuridicamente, ma che, dal punto di vista fenomenico, in qualche modo sembrano dipendere dallo stato di ubriachezza o di alcooldipendenza.

Detto altrimenti, è proprio vero che l’assunzione, anche ocasionale, di sostanze alcoliche incide sulla propensione a commettere alcune tipologie di reato?

Studi su alcolismo e criminalità.

Il problema dei rapporti tra alcool e criminalità è stato oggetto di numerosi studi condotti in tutto il mondo. In aderenza al common sense per cui alla tossicodipendenza sono connessi reati di tipo predatorio, mentre all’alcoolismo episodi di violenza[2], la gran parte degli studi si è concentrata sui legami tra alcoolismo e crimini violenti[3].

Le ricerche empiriche su questo tema sono cresciute considerevolmente a partire dal 1950 e si sono sviluppate in due direzioni.

Da una parte si sono avuti studi di taglio fisiologico, epidemiologico, psichiatrico e psicologico (i cd alcohol studies), caratterizzati da una scarsa propensione all’approccio interdisciplinare; dall’altra, studi su individui e gruppi sottoposti a qualche forma di sorveglianza, trattamento, incarcerazione o punizione dalle agenzie istituzionali,  oltre che alcune sporadiche ricerche di natura etnografica (es. studi sulla propensione all’assunzione di alcool in alcune comunità aborigene)[4].

Solo di recente il tema in esame è stato oggetto anche di studi statistici, tra cui l’indagine Alcohol and Crime condotta negli Stati Uniti dal Bureau of Justice Statistics[5].

In Italia, in particolare, l’approccio ai temi dell’alcoolismo e della sicurezza è stato tradizionalmente di tipo neuro-fisiologico: le ricerche si sono incentrate prevalentemente sull’analisi del comportamento aggressivo. In base ai risultati di tali ricerche, l’intossicazione alcolica acuta rappresenta un potente fattore capace di indurre aggressività, o, meglio, di accentuare e slatentizzare tendenze aggressive. Altrove si sostiene che l’alcolismo condiziona una progressiva compromissione globale di tutte le funzioni psichiche, che si ripercuote direttamente sul comportamento indirizzandolo, in alcuni casi, “in senso francamente antisociale” (Carrieri, Greco)[6].

Il rapporto alcol-crimine, se basato sulla teoria della disinibizione, appare diretto: l’alcol slatentizza tendenze aggressive che sono il presupposto di condotte criminali violente.

Ma quanti sono i reati violenti compiuti da persone in stato di ubriachezza? È proprio vero che il legame tra assunzione di sostanze alcoliche e propensione a commettere reati è così lapalissiano?

Moltissime persone bevono alcol, anche in copiose quantità, e non diventano violenti.

Questa semplice constatazione, di evidenza comune, incrina le certezze che deriverebbero dagli studi neuro-fisiologici. In effetti, se uno stato di cose A è detto essere causa di un altro stato di cose B ne consegue che in presenza di A dovrebbe necessariamente verificarsi B (o, meglio, in termini statistici, la probabilità che si verifichi B tende a 1)[7].

Anche chi vede legami stretti tra assunzione di sostanze alcoliche e compimento di reati riconosce l’assenza di una tale relazione univoca tra i due fenomeni. In effetti, in letteratura, si parla generalmente di legame indiretto.

Ma cosa significa dire che esiste un legame indiretto tra alcol e criminalità violenta?

Può voler dire due cose (che non necessariamente si escludono a vicenda) : la prima è che il consumo di alcol accresce la probabilità che una persona o un gruppo di persone commetta un delitto. In questo senso l’alcol agirebbe come crime facilitator. La seconda è che il consumo di alcol accresce la gravità del crimine violento. In questo caso l’alcol incrementerebbe l’efferatezza e il grado di violenza del crimine compiuto.

Nel tentativo di dimostrare tutto ciò, vale a dire che l’alcol accresce la probabilità che si compia un reato e/o la gravità dello stesso, l’attenzione degli studiosi si è rivolta sulla percentuale di autori di reato che mostrano uno stato di ebbrezza nel periodo che segue immediatamente la commissione del delitto. E molti studi, di fatto, hanno indicato che una buona parte di coloro che hanno commesso un reato si trovavano in stato di ubriachezza al momento dell’offesa.

Ma vediamo nello specifico come sono state condotte queste ricerche.

La maggior parte hanno utilizzato come unico strumento di rilevazione dello stato di ubriachezza al momento del delitto la somministrazione di questionari a detenuti.

Tale modalità di ricerca presenta due limiti.

La propensione del condannato a trovare una qualche forma di giustificazione al proprio comportamento criminale, soprattutto nei casi di reati violenti contro le persone (si pensi alla violenza sessuale)[8], rende di difficile lettura i dati risultanti dai questionari e relativi allo stato di ubriachezza al momento del reato. L’assunzione di alcol, non suscitando una particolare riprovazione sociale, si offre, per gli effetti sul comportamento che gli vengono generalmente riconosciuti, come giustificazione ottimale di comportamenti violenti.[9]

L’universo del campione intervistato (detenuti), inoltre, non consente di ottenere informazioni utili sulla relazione alcol-criminalità così come sopra descritta. In effetti, per comprendere quanto l’alcol incide sul rischio che si commetta un reato, è necessario analizzare non tanto quanti detenuti dichiarano di aver abusato di alcol prima della commissione del crimine, ma piuttosto quanti tra coloro che fanno un uso eccessivo (anche occasionale) di alcol hanno compiuto reati (e di che tipo) e quanti no, raffrontando, poi, il dato con i tassi di criminalità relativi all’intera popolazione. Si tratta di cose profondamente diverse. Le difficoltà di svolgere indagini in questa direzione non consentono di piegare le informazioni sul tasso di abuso di alcol tra detenuti al momento della commissione del reato alla comprensione del tasso di criminalità di coloro che fanno abuso di alcol.

Alcune indagini di vittimizzazione hanno tentato di superare il primo dei limiti individuati. Si è chiesto a coloro che hanno subito un reato se ricordano che l’autore, al momento del compimento del reato, fosse sotto l’effetto di sostanze alcoliche. Al di là dei limiti insiti in questo strumento d’indagine, l’inchiesta di vittimizzazione consente comunque di ottenere informazioni più dettagliate su alcolismo e criminalità, anche rispetto alle abitudini e agli stili di vita di vittima e autore nella fase antecedente al reato.

Abbiamo già detto che gran parte delle ricerche sinora svolte, partendo dall’assunto che l’alcol incentiva comportamenti aggressivi, si sono incentrate sui rapporti tra alcol e criminalità violenta. Uno studio del 1987 di Walte e Miller, tuttavia, compiuto su 10.000 detenuti nelle carceri degli Stati Uniti, ha evidenziato che la percentuale di autori di property crimes che dichiarano di aver compiuto il reato in stato di ubriachezza è simile a quella di coloro che dichiarano di aver compiuto violent crimes sotto l’effetto di sostanze alcoliche[10]. Anche sotto questo aspetto, quindi, gli assunti su cui si basano molte ricerche forse dovrebbero essere maggiormente discussi e validati.

 Una migliore conoscenza dei fenomeni per la predisposizione di politiche più efficaci.

 Gli strumenti d’indagine tradizionalmente usati dicono poco sul legame tra alcolismo e criminalità.

Occorrerebbe un maggiore sforzo nel corretto utilizzo di una pluralità di strumenti d’indagine che tendano a verificare l’esistenza di un legame causale tra alcol e criminalità, piuttosto che a fornire informazioni utili a rafforzare, senza mai mettere in discussione, un rapporto causale dato per certo.

Una conoscenza approfondita su tale relazione permetterebbe l’elaborazione di politiche che siano valutabili in base alla loro efficacia. Problematizzare il rapporto tra alcol e criminalità, inserendo, ad esempio, le variabili della cultura, o del livello di occupazione, permetterebbe di conoscere meglio il fenomeno dell’alcolismo, di parlarne in termini non moralizzanti e di affrontarlo con strategie che incidano sui fenomeni, che siano efficaci e valutabili.

Che senso ha, per fare un esempio, partire dal presupposto, non provato, che diminuendo l’abuso di alcol si diminuisce il tasso di violenze domestiche quando non si hanno strumenti per verificare i risultati ottenuti? Tentar non nuoce, si dice. Già, ma andare a tentoni è uno spreco di risorse. E in periodi di risorse scarse occorrerebbe una più attenta predisposizione delle azioni e una rigorosa valutazione dei risultati.

Probabilmente permarrebbe comunque, in qualche misura, il dilemma della causalità, ricorrente quando si confrontano fenomeni sociali (per loro natura complessi): ci si trova di fronte a due fenomeni in qualche misura dipendenti l’uno dall’altro (univocamente o biunivocamente), oppure si tratta di due fenomeni che presentano una relazione ma in quanto dipendenti da fattori comuni (nel nostro caso degrado socio-ambientale, disoccupazione, carenze culturali,…)

Il punto è che non assumere come dato di fatto tale relazione causale, valutarne l’esistenza, la consistenza, e la sua relazione con altri fenomeni permette di migliorare comunque la conoscenza dei due fenomeni e, quindi, di predisporre politiche migliori. Una puntuale osservazione del fenomeno uso/abuso di alcol, unitamente ad una progettazione degli interventi attenta ai risultati di ricerca e alle esigenze di valutazione, consentirebbe il raggiungimento dell’obiettivo di ridurre fenomeni criminali connessi all’utilizzo di sostanze alcoliche.


[1] Una definizione di alcolismo particolarmente significativa è quella dell’American Psychiatric Association nel DSM-III, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali secondo cui le sostanze alcoliche sono da considerare a tutti gli effetti come sostanze stupefacenti.

 [2] F. Ferracuti, “Alcool e violenza intrafamiliare”, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, vol.XV Alcoolismo, tossicodipendenze e criminalità, Milano, Giuffrè, 1988, pp.183-193.

[3] Sono rare le ricerche su alcoolismo e property crimes. In particolare si veda A. Cordilia, “Alcohol and property crime: exploring the causal nexus”, Journal of Studies on Alcohol, vol. 36, 1985, p.1173-1190.

[4] S. Tomsen, “Alcohol, violent crime and social power”, relazione presentata alla conferenza su Alcohol and crime, Canberra: Australian Institut of Criminology, 4-6 aprile 1989.

[5] L. A. Greenfeld, Alcohol and crime. An analysis of national data on the prevalence of alcohol involvement in crime, U.S. Department of Justice - Bureau of Justice Statistics, Washington, D.C., 1998.

[6] F. Carrieri, O. Greco, “Alcoolismo e criminalità”, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, vol.XV Alcoolismo, tossicodipendenze e criminalità, Milano, Giuffrè, 1988, pp. 43-58.

[7] D. Weatherburn, “Sources of confusion in the alcohol and crime debate”, relazione presentata alla conferenza su Alcohol and crime, Canberra: Australian Institut of Criminology, 4-6 aprile 1989.

[8] H. McGregor, “Domestic violence: alcohol and other distractions – a grassroots perspective”, relazione presentata alla conferenza su Alcohol and crime, Canberra: Australian Institut of Criminology, 4-6 aprile 1989.

[9] Tale preoccupazione è tenuta in considerazione, nel sistema giuridico italiano, all’art.92 del Codice Penale laddove si indica che l’ubriachezza non derivata da caso fortuito e da forza maggiore non esclude né diminuisce l’imputabilità. La pena viene aumentata nel caso di ubriachezza preordinata al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa.

[10] National Institut on drug abuse, The economic costs of alcohol and drug abuse in the United States, 1992, reperibile al sito internet http://www.nida.nih.gov/EconomicCosts/Index.html

 

 

 

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